Disturbi alimentari nei bambini piccoli: guida per i genitori
Per un genitore capire se i comportamenti alimentari del proprio figlio rientrano nella normale fase di crescita o se sono segnali di un problema vero e proprio può essere complicato. Nei primi anni di vita i disturbi alimentari possono manifestarsi in forme molto diverse rispetto a quelle tipiche dell’età adolescenziale. Non si tratta quasi mai di una scelta consapevole, ma di un insieme di difficoltà fisiologiche, comportamentali e psicologiche.
Le fasi dei disturbi alimentari infantili
Alcune fasi di rifiuto o selettività alimentare nei bambini fanno parte del loro sviluppo e non devono preoccupare i genitori se non si protraggono troppo a lungo e se non influiscono sulla crescita staturo-ponderale (quindi di altezza e peso).
Per esempio, intorno ai 12-18 mesi il bambino inizia a dire molti “no” ed a esercitare il proprio senso di indipendenza. A tavola può rifiutare cibi che fino a poco prima accettava oppure giocare con il cibo più che mangiarlo. È un modo per affermare sé stesso, non un vero disturbo. Inoltre, tra i 2 e i 3 anni è molto frequente la cosiddetta fase del “picky eating” fisiologico. Il bambino accetta solo pochi alimenti, spesso sempre gli stessi, e mostra diffidenza verso cibi nuovi. Questo comportamento, chiamato anche neofobia alimentare, tende a ridursi con il tempo e con la pazienza dei genitori.
Durante i cambiamenti di routine (asilo, arrivo di un fratellino, trasloco) i bambini possono manifestare un calo temporaneo dell’appetito o una maggiore selettività come risposta a una situazione nuova o stressante così come durante malattie passeggere come raffreddori, febbre o mal di gola.
La differenza principale rispetto a un disturbo alimentare è che queste fasi sono temporanee e il bambino, pur con qualche rifiuto, continua a crescere regolarmente. Il pediatra, attraverso le curve di crescita, può rassicurare i genitori e distinguere un comportamento normale da un problema da approfondire.
Come capire se il tuo bambino ha un disturbo alimentare: i primi sintomi
I disturbi alimentari nei bambini piccoli non si presentano tutti nello stesso modo. Tuttavia, ci sono alcuni sintomi comuni che possono rappresentare un segnale:
- Scarso aumento di peso/altezza: il pediatra rileva che la crescita non segue le curve standard (curve di crescita Cacciari, CDC o WHO).
- Rifiuto persistente di determinate consistenze: ad esempio rifiuta cibi solidi o tutto ciò che non è frullato.
Rigurgito volontario e frequente di cibo solido (ruminazione): comportamento che va distinto dal normale reflusso nel neonato. - Comportamenti di evitamento: il bambino spinge via il cucchiaio, stringe la bocca, si volta o scappa ogni volta che vede il cibo.
- Segni fisici: stanchezza, pallore, scarsa energia, gioca poco.
Questi sintomi non vanno ignorati: più il disturbo viene affrontato precocemente, migliori sono le possibilità di risolverlo senza conseguenze sulla crescita.
Disturbi alimentari più diffusi
Quando il disturbo del comportamento alimentare persiste nel tempo e determina delle conseguenze sulla salute ci si può trovare di fronte a:
- ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder): restrizione/evitamento che causa perdita di peso e scarsa crescita staturale, deficit nutrizionali, necessità di supplementi o impatto psicosociale. Assenza di preoccupazioni per il peso o l’immagine corporea (quindi si distingue da anoressia/bulimia). Inoltre, il problema non è spiegato da mancanza di cibo, cultura o da una malattia medica che giustifichi pienamente i sintomi. Può manifestarsi anche con rifiuto per aspetti sensoriali (colore, consistenza, odore), paura di soffocare o vomitare, o scarso interesse per il cibo.
- Pica: ingestione persistente di sostanze non commestibili (terra, carta, gesso) per ≥1 mese.
- Disturbo da ruminazione: rigurgito ripetuto di cibo rimasticato e reingerito o espulso, non dovuto a reflusso o condizione medica.
- Anoressia nervosa e bulimia nervosa a esordio precoce: molto rare ma possibili in età scolare pre-adolescenziale, con preoccupazione per peso/forma del corpo.
Attenzione: anche l’iperalimentazione può classificarsi come disturbo alimentare se genera delle alterazioni della composizione corporea. Un esempio è il Binge Eating Disorder (BED) caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate con assunzione di grandi quantità di cibo in breve tempo e senso di perdita di controllo, associati a disagio emotivo e incremento ponderale eccessivo rispetto alla crescita staturale.
Sia una carenza che un eccesso di nutrienti possono determinare problemi di salute e di crescita.
Cause dei disturbi alimentari nei bambini
Le cause dei disturbi alimentari nei bambini piccoli sono spesso multifattoriali: significa che non dipendono da un solo elemento, ma da un insieme di fattori biologici, psicologici e ambientali.
Ecco i più frequenti:
Cause fisiologiche o mediche (organiche): reflusso gastroesofageo che rende dolorosa la deglutizione, difficoltà di masticazione o deglutizione, allergie alimentari che causano disagio o dolore, prematurità o problematiche neonatali che hanno reso difficile l’alimentazione fin dai primi giorni. Cause psicologiche e comportamentali (non organiche): ansia legata al momento del pasto, associazione del cibo con esperienze negative (soffocamento, vomito, forzature), temperamento particolarmente sensibile o diffidente verso le novità. Cause ambientali e relazionali (non organiche): eccessiva pressione da parte dei genitori durante i pasti (“devi finire tutto”, “se non mangi non cresci”), routine poco chiare o pasti troppo caotici, uso del cibo come strumento di ricatto o premio (“se mangi, ti compro un regalo”).
In molti casi, i disturbi alimentari nascono come una piccola difficoltà e si consolidano nel tempo se non affrontati. Per questo motivo è importante intervenire precocemente, con l’aiuto del pediatra e, quando necessario, di specialisti come nutrizionisti infantili o psicologi dell’età evolutiva.
Come comportarsi di fronte ad un disturbo alimentare?
Per comprendere appieno le abitudini alimentari del bambino è utile annotare quotidianamente orari dei pasti, tipologia e quantità di cibo offerto, oltre alle sue reazioni: rifiuti, rigurgiti o manifestazioni di ansia. Parallelamente, pesare e misurare il bambino o la bambina una o due volte al mese, confrontando i dati con le curve di crescita fornite dal pediatra.
Un ambiente di pasto strutturato favorisce la serenità: stabilire orari regolari, limitare la durata della seduta a 20–30 minuti ed eliminare distrazioni come televisione o dispositivi digitali aiuta il bambino a concentrare l’attenzione sul cibo (anche se all'inizio togliere le distrazioni potrebbe generare un peggioramento del comportamento transitorio). Se abbastanza grande, coinvolgerlo nella preparazione delle portate stimola il senso di controllo e motiva all’assaggio di nuovi sapori.
Quando si introducono alimenti non familiari, è fondamentale procedere con gradualità e senza forzature. Offrire piccole porzioni, lasciare che il bambino esplori consistenze e profumi con le mani o il cucchiaio e riproporre l’alimento in diverse occasioni (spesso sono necessari otto-dieci tentativi) riduce la neofobia e consolida l’accettazione.
Infine, mantenere una comunicazione empatica e positiva contribuisce a smorzare la tensione al momento del pasto. Evitare frasi coercitive, sottolineare ogni piccolo successo e rispettare i tempi di ognuno rafforza l’autostima del bambino. Condividere osservazioni e dati di crescita con il pediatra e, se indicato, con specialisti come nutrizionisti pediatrici, logopedisti e psicologi dell’età evolutiva, consente di costruire un percorso integrato. Non meno importante è prendersi cura del proprio equilibrio emotivo: un genitore sereno trasmette sicurezza e fiducia al bambino.
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